Alessandro Benetton
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Alessandro Benetton: strategie globali d’investimento

Intervista ad Alessandro Benetton, amministratore delegato di 21 Investimenti

La internet economy apre enormi possibilità di crescita e di occupazione, non solo per le aziende di maggiori dimensioni, ma anche per quelle minori e collocate in aree finora scarsamente sviluppate. Occorre, però, procedere con molta professionalità e attenzione, perché il mercato sta operando una dura selezione. Da sempre il gruppo Benetton si è caratterizzato per una strategia fortemente connessa all’uso di sofisticate tecnologie informatiche, per la produzione, per la gestione delle scorte e per la produzione su scala mondiale. Non stupisce, quindi, che nell’ambito della Edizione Holding, la cassaforte che controlla la stessa Benetton, sia nata una società come 21 Investimenti, che opera assumendo partecipazioni in nuove start-up e in società promettenti con elevato potenziale di crescita, sia legate a internet che appartenenti a business più tradizionali. A cpo di 21 Investimenti c’è Alessandro Benetton, che ha illustrato ad Outlook il suo punto di vista personale sulle prospettive della eEconomy.

Domanda: Alessandro Benetton, dopo un letargo durato anni, in cui il fenomeno Internet sembrava riservato a Paesi più avanzati dell’Italia sotto il profilo informatico e tecnologico, anche in Italia è scoppiata l’internetmania. Grazie anche ai provider che forniscono gratuitamente l’abbonamento alla rete, l’Italia è oggi il Paese con i più alti tassi di crescita in internet. Come considera questo fenomeno: una moda temporanea o un processo destinato a durare, con le ricadute positive e negative che si porta dietro?

Risposta: I prossimi dieci anni cambieranno il mondo più di quanto sia mutato nell’ultimo secolo. Internet provocherà una rivoluzione senza precedenti, superiore addirittura a quella portata dall’avvento dell’industria, e quindi è fuori strada chi ritiene che si tratti solo di una moda: è un fenomeno destinato a durare, ovviamente con ricadute positive e negative. Sarà un meccanismo molto selettivo. Come è accaduto in America all’inizio del secolo scorso, quando si contavano migliaia di piccoli produttori di auto, e in cent’anni ne sono rimasti tre, così accadrà nel mondo di Internet. Alla fine saranno in pochi a sopravvivere.

D.: Alessandro Benetton, la sua 21 investimenti ha creato, con altri importanti partner, un fondo da 100 milioni di dollari per operazioni di venture capital nel settore internet. Che programmi avete a riguardo?

R.: 21 Investimenti ha inaugurato una nuova strategia, che io amo definire, con un neologismo, del franchising finanziario. Si tratta di creare una serie di alleanze con i migliori esperti nei vari settori, per dar vita a prodotti che si pongano a livello di eccellenza. In questo momento siamo presenti in Euromedia Venture Fund lanciato da Fininvest, destinato a investire in aziende modello Silicon Valley e nel Fondo Covergenza, il cui advisor è Livolsi&Partners, che invece cercherà quelle aziende che operano dove convergono Internet, televisione e telefonia. Si tratta tuttavia solo di due fra i fondi che in questa fase ci vedono come coinvestitori. Contemporaneamente le nostre società, 21 Invest in Inghilterra e 21 Société Centrale pour l’Industrie in Francia, hanno lanciato altri due fondi chiusi che non sono destinati a Internet, anzi quello inglese è proprio destinato alla cosiddetta economia industriale. Questo perché 21 Investimenti vuole mantenere un bilanciamento fra vecchio e nuovo.

D.: È vero, a suo avviso, ciò che si sente da più parti affermare, e cioè che la web economy è particolarmente adatta per l’Italia, perché coerente con la forte imprenditorialità diffusa e il dinamismo flessibile delle Pmi?

R.: La web economy è adatta per le realtà frammentate, e quindi per l’Italia, perché la disintermediazione e la deregulation consentono alle piccole imprese di godere dei benefici finora riservati solo alle grandi. Bisogna anche vedere, tuttavia, che cosa si intenda per web economy: la nostra esperienza ci sta portando a limitare i campi di possibile intervento al business to business, mentre il business to consumer sembra avere validità in contesti molto limitati e per prodotti ben definiti. La piccola e media impresa può quindi trarre benefici dalle nuove tecnologie, a patto che sappia farsi guidare da mani esperte.

D.: Alessandro Benetton, importanti personalità come ad esempio il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, hanno sottolineato la grande opportunità che l’eEconomy rappresenta per il Mezzogiorno. È d’accordo?

R.: La new economy, come detto prima, funziona benissimo per realtà con un sistema meno strutturato, come è il caso del nostro Mezzogiorno. Infatti nel Meridione stanno nascendo molti casi di imprese che operano sia nei servizi sia nel commercio e a cui noi guardiamo con grande attenzione. D’altro canto la rete è di per se stessa un concetto globale, e quindi saranno le imprese, il qualsiasi collocazione geografica esse si trovino, a doversi mettere in condizione di godere dei benefici portati dalle nuove tecnologie.

D.: Come valuta le performance di Borsa che molti titoli Internet hanno messo a segno fino a qualche mese fa, realizzando delle capitalizzazioni di mercato eccezionali (ad esempio Tiscali come Fiat) le quali, anche se ormai dimezzati, rimangono comunque estremamente elevate?

R.: Il recente storno dei mercati è stato molto salutare. È finito il periodo in cui gli investitori compravano qualsiasi titolo di azienda che formalmente operava tramite Internet senza guardarci dentro. Ora la domanda si è fatta più selettiva, come è giusto che sia. E verranno premiate le azioni di aziende che meglio sapranno coniugare la vecchia con la nuova economia.

D.: La new economy rappresenta un salto di grandi proporzioni rispetto al passato. Cambiano i parametri economici, tecnologici, organizzativi e culturali. Qual è il compito di un leader d’impresa in questa fase di transizione?

R.: Sapere operare con il giusto mix. Bisogna guardare alla nuova economia con gli occhi dell’industria. Si deve trattare Internet non come un settore, bensì come uno strumento con il quale le aziende ottimizzano la gestione. Noi, ad esempio, abbiamo investito nella new economy una percentuale ridotta del nostro patrimonio, affrontando le startup come esperimenti che possono anche fallire. L’importante è fare tesoro dell’esperienza acquisita.

D.: Alessandro Benetton, più passano i mesi, più diventa evidente la crescente carenza di persone con le conoscenze adatte per svolgere i ruoli e i mestieri dell’economia delle reti. Sia il Governo italiano sia l’Unione Europea hanno proposto programmi educativi per diffondere la conoscenza e l’uso dell’informatica e di Internet. Sono a suo parere, sufficienti o occorrono misure più decise?

R.: Il primo provvedimento da prendere sarebbe quello di introdurre i computer nelle scuole, ma mi sembra che il precedente Governo abbia già preso un impegno in proposito. Poi, certamente, è importante qualificare le persone. Più che i giovani, tuttavia, i quali si dimostrano già molto ben addestrati, sono i lavoratori attualmente sul mercato che necessitano di apprendere la nuova cultura, perché altrimenti corrono il rischio di essere obsoleti rispetto ai nuovi compiti loro richiesti

D.: Internet sarà un fattore di creazione di posti di nuovi posti di lavoro, o rischia di eliminare professionalità fino ad oggi necessarie (es. gli intermediari) senza una più che proporzionale immissioni di nuovi jobs?

R.: Se si guardano le ricerche di personale in questo periodo, si vede con chiarezza che Internet è fonte di nuovi posti di lavoro. Certamente alcune professioni spariranno, altre stanno già nascendo. Gli intermediari sono a rischio, perché l’utilizzo della rete consente all’utente di beneficiare i prezzi inferiori proprio per la loro assenza. Si tratterà di riposizionarsi rispetto ai nuovi strumenti e alle nuove richieste del mercato. Le fonti di nuova occupazione saranno infatti la flessibilità e la formazione.

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